Un mezzo per trasmettere e diffondere sia il sapere individuale sia quello collettivo. Sin dalla sua invenzione, la scrittura è stata considerata un potente strumento di espressione e comunicazione. Con la scoperta dell’inchiostro, tutto ciò si è ulteriormente amplificato, poiché ha permesso di conservare dati e informazioni nel tempo e di promuovere la divulgazione della cultura, grazie alla stampa di documenti e libri.

Da oltre un secolo l’inchiostro maggiormente utilizzato, il “carbon black”, risulta essere composto da una miscela complessa di solventi, resine, additivi e altri componenti derivanti dal petrolio. La sua produzione come il suo smaltimento, quindi, ha un impatto ambientale piuttosto consistente, sia in termini energetici che economici.
Ciò rappresenta un problema da gestire, anche in previsione dell’ambizioso obiettivo della neutralità climatica da raggiungere entro il 2050, come previsto dal green deal europeo.
Ora più che mai, affinché il nostro futuro sia allo stesso tempo produttivo e sostenibile, è necessario che vengano messe in atto una serie di strategie in grado di determinare un equilibrio consolidato tra tutela ambientale ed equità economica e sociale.
In quest’ottica, l’innovazione scientifica occupa un ruolo fondamentale poiché rappresenta uno dei motori principali per l’affermazione e lo sviluppo dell’economia circolare, un modello di produzione e consumo finalizzato a estendere il ciclo vitale sia di materiali sia di prodotti e ridurre al minimo la produzione di rifiuti, che vengono a loro volta considerati come risorsa e non come scarto.
In questo caso specifico, le nuove tecnologie stanno spingendo molto verso la produzione di inchiostri a base di bio-pigmenti.
Dalla collaborazione tra Acteca e Living Ink Technologies, ad esempio, è scaturita la produzione, per ora su piccola scala, di un inchiostro flessografico UV (liquido, a bassa viscosità, formulato appositamente per la stampa a rilievo, ndr) che si distingue per la sua capacità di asciugare rapidamente e di aderire a un’ampia varietà di materiali, inclusi quelli plastici.
Un’idea geniale che utilizza un processo chimico abbastanza semplice, la pirolisi, ovvero la decomposizione di materiale organico in assenza di ossigeno mediante energia termica, seguito da una fase di raffinazione e depurazione.
A differenza della produzione tradizionale di “carbon black” che emette CO₂, con il pigmento a base di alghe si ottiene un bilancio di carbonio negativo con un valore stimato pari a -4,16 Kg di CO₂ per ogni Kg di pigmento prodotto. Ciò significa che, in quest’ultimo caso, viene assorbito più carbonio rispetto a quello che viene emesso.
Essendo, inoltre, un sottoprodotto di un processo già esistente, la produzione non richiede nessun apporto di energia aggiuntiva, anzi risolve il problema della decomposizione di questa risorsa in discarica.
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, il bio-pigmento, disponibile per ora, solamente in un’intensa colorazione nera, è altamente performante. Permette di utilizzare macchine già in uso senza richiedere modifiche degli impianti.
Il primo ente che ha investito sull’applicazione di questo inchiostro sostenibile sul 100% dei suoi prodotti è stata Waiākea, un’azienda hawaiana di acqua vulcanica, già affermata nel settore beverage per l’utilizzo di materiali green.
In totale contrapposizione alla tendenza che segue una qualsiasi multinazionale, cioè quella di brevettare tutto ciò che può determinare un profitto economico, Waiākea ha deciso di rendere questa importante tecnologia open source (a sorgente aperta, ndr), rinunciando a diritti di proprietà ed esclusività, in modo da renderla facilmente disponibile e accessibile a diverse imprese.
Attualmente la distribuzione copre il nord dell’America e dell’Unione Europea ma non si esclude una rapida estensione del mercato su più ampia scala geografica.
La chiave del successo potrebbe essere proprio questa, ovvero rinunciare al vantaggio personale a favore del beneficio collettivo.
È stato stimato che, a livello globale, l’affermazione dell’inchiostro a base di alghe, porterebbe a una significativa riduzione della produzione annua di pigmento nero fossile, attualmente pari a circa 33 miliardi di libbre (una libbra equivale a 0,45 kg). Sarebbe come rimuovere 25 milioni di auto dalle strade e beneficiare di tutte le conseguenze che ciò comporterebbe.
È straordinario pensare come un materiale di scarto, facilmente reperibile, da sempre disponibile, possa realmente e concretamente risolvere problemi ambientali legati alla stampa industriale.
È altrettanto straordinario avere la certezza di poter estendere questo approccio un po’ a tutti i processi e a tutte le filiere, in modo da considerare la sostenibilità un elemento imprescindibile per lo sviluppo economico e non un suo impedimento.
Ambiente ed economia non possono e non devono essere considerati elementi in conflitto ma dimensioni in grado di coesistere, influenzandosi positivamente a vicenda.
Un futuro sostenibile è possibile e realizzabile, basta volerlo, agendo con responsabilità e coscienza. Ogni scelta, ogni azione lascia il segno e contribuisce a scrivere il mondo che verrà.
Marina Greco
