AGRICOLTURA E BIODIVERSITÀ – TRA GRANI ANTICHI E INDUSTRIA

Accanto alle iniziative “globali” esistono anche organizzazioni che lavorano su scala “locale” nello sforzo di difendere la diversità biologica e di valorizzare i prodotti della tradizione indigena

 

cecineri

 

(continua)

Investire nelle varietà locali

Un esempio noto a molti è quello costituito da Slow Food International, un’organizzazione internazionale no-profit con quartier generale in Piemonte, a Bra, il cui scopo è valorizzare la sapienza contadina locale, il recupero e la salvaguardia di piccole produzioni indigene in diverse parti del mondo minacciate dall’agricoltura industriale e dal degrado ambientale, il recupero e la valorizzazione di tecniche di lavorazione antiche e la salvaguardia di razze e varietà tipiche del territorio a rischio di estinzione.

L’organizzazione favorisce il recupero di prodotti “dimenticati” e sostiene i piccoli produttori locali, spesso in difficoltà nell’impossibilità di competere con le produzioni industriali, fornendo anche assistenza tecnica.

I progetti degli oltre 500 Presidi Slow Food coinvolgono più di 13000 produttori in 60 Paesi, incluse comunità con problemi di disponibilità di cibo.

Il marchio “Presidio Slow Food”, registrato e corredato di un logo grafico e di un regolamento che i produttori sono tenuti a sottoscrivere e rispettare a garanzia di qualità e trasparenza, svolge così un ruolo sociale e culturale promuovendo anche il consumo responsabile.

 

Negli ultimi anni si assiste all’emergenza di un fenomeno di nicchia, ma di portata crescente: la riscoperta dei grani antichi.

Con questa definizione ci si riferisce a cereali e pseudocereali utilizzati nel passato come fonte di nutrimento, che con il tempo sono stati “dimenticati” perché rispetto alle varietà “moderne” hanno rese più basse e non reggono la competizione con le coltivazioni intensive e meccanizzate.

Ne sono esempi la quinoa (pseudo-cereale originario delle regioni andine con un alto contenuto proteico, ricco in aminoacidi essenziali, calcio, fosforo e ferro), la chia (utilizzata dagli antichi Atzechi e ricca in acidi grassi omega-3), il grano Einkorn (denominato “piccolo farro” e più comunemente conosciuto come “monococco”, ritenuto il primo cereale “addomesticato” dall’uomo), l’amaranto (consumato in Messico dagli Atzechi), il sorgo, il miglio e il teff (consumato in Eritrea ed Etiopia).

 

Per gli interessati ad approfondimenti consigliamo la lettura di una serie di quaderni pubblicati dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che raccoglie esperienze regionali in tema di biodiversità in frutticoltura. Di recente pubblicazione la frutticoltura e viticoltura nelle regioni Lazio e Abruzzo, trattazione arricchita da riferimenti normativi in tutela della biodiversità e utili schede tecniche corredate da immagini (5).

 

Infine, una considerazione. L’industria alimentare sta giocando un ruolo importante nell’influenzare le nostre scelte, con l’ampia offerta di alimenti irresistibili e facili da preparare. Il marketing aggressivo e la globalizzazione tendono a standardizzare le nostre diete e a farci dimenticare i sapori originali, essenziali.

Il passaggio da un’alimentazione tradizionale a base di cibi semplici, ma ricchi da un punto di vista nutrizionale a prodotti preconfezionati e raffinati incoraggia le produzioni intensive impoverendo l’identità dei territori e la biodiversità, vero indice di salute della Terra.

Che cosa possiamo fare noi consumatori? Essere, appena possibile, attivi. Informarci, incuriosirci, assecondare i nostri gusti e le nostre necessità, piuttosto che quelle del mercato.

Fonte: Dr.ssa Simona Baldassa, Biologa Molecolare e Microbiologa, Collaboratrice dello Studio ABR 

 

 

Articolo pubblicato il 24-07-2017
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